Conseguenze di un affaire
Obama riceve il conto pubblico degli affari privati di Petraeus
Dianne Feinstein, il capo della commissione Intelligence al Senato, era molto offesa, in senso istituzionale, per essere stata tagliata fuori dalla vicenda che ha portato alle dimissioni del capo della Cia, David Petraeus. Con una certa soddisfazione, dunque, ha incontrato ieri il capo dell’Fbi, Robert Mueller, e ha annunciato che l’ex generale testimonierà davanti al Congresso sull’attacco al consolato americano di Bengasi, il gran pasticcio ascritto dapprima al dipartimento di stato (assistito dalla leadership debole della Casa Bianca) e poi scaricato progressivamente sulla Cia.
9 AGO 20

New York. Dianne Feinstein, il capo della commissione Intelligence al Senato, era molto offesa, in senso istituzionale, per essere stata tagliata fuori dalla vicenda che ha portato alle dimissioni del capo della Cia, David Petraeus. Con una certa soddisfazione, dunque, ha incontrato ieri il capo dell’Fbi, Robert Mueller, e ha annunciato che l’ex generale testimonierà davanti al Congresso sull’attacco al consolato americano di Bengasi, il gran pasticcio ascritto dapprima al dipartimento di stato (assistito dalla leadership debole della Casa Bianca) e poi scaricato progressivamente sulla Cia, che a un miglio dal compound diplomatico gestiva una base nemmeno troppo segreta nella quale la biografa-amante di Petraeus, Paula Broadwell, sostiene ci fossero anche prigionieri libici.
L’oscura inchiesta dell’Fbi che ha portato alla luce la liaison di Petraeus con Broadwell e la pruriginosa mediazione di Jill Kelley, la 37enne libanese che ha il potere di trasformare un caso di ordinario stalking (il tono dei messaggi è più “chi ti credi di essere?” che “ti brucio la casa”) in un’inchiesta sui vertici del potere e non si sa bene a quale titolo agita la vita sociale dei militari di Tampa, ha mostrato soprattutto gli esiti privati: l’infedele Petraeus è caduto in disgrazia e ha lasciato la direzione della Cia senza aver violato il codice di condotta; il generale John Allen, il cui passaggio dal comando delle truppe in Afghanistan alla direzione militare della Nato è stato messo nel congelatore, è al centro di sospetti fin troppo ovvi, ma ha incassato segnali di fiducia dalla Casa Bianca e dal segretario della Difesa, Leon Panetta.
L’oscura inchiesta dell’Fbi che ha portato alla luce la liaison di Petraeus con Broadwell e la pruriginosa mediazione di Jill Kelley, la 37enne libanese che ha il potere di trasformare un caso di ordinario stalking (il tono dei messaggi è più “chi ti credi di essere?” che “ti brucio la casa”) in un’inchiesta sui vertici del potere e non si sa bene a quale titolo agita la vita sociale dei militari di Tampa, ha mostrato soprattutto gli esiti privati: l’infedele Petraeus è caduto in disgrazia e ha lasciato la direzione della Cia senza aver violato il codice di condotta; il generale John Allen, il cui passaggio dal comando delle truppe in Afghanistan alla direzione militare della Nato è stato messo nel congelatore, è al centro di sospetti fin troppo ovvi, ma ha incassato segnali di fiducia dalla Casa Bianca e dal segretario della Difesa, Leon Panetta.
Con le testimonianze su Bengasi arriva la ricaduta pubblica dello scandalo privato e la sedia lasciata libera da Petraeus diventa la sedia vuota di Barack Obama, presidente rieletto e travolto da account gmail violati, feste mondane, debiti, piedi che s’allungano sotto il tavolo, sesso sotto la scrivania, inchieste fatte nella penombra, strani agenti federali che spediscono autoscatti a torso nudo. L’intrigo di email, lenzuola e mondanità ha raffreddato i dossier più caldi della politica estera, e la Casa Bianca non può rispondere con una sedia vuota.
Petraeus e Broadwell hanno detto agli agenti dell’Fbi che nell’indirizzo gmail del quale condividevano la password non sono transitati documenti riservati, cosa che i tecnici che hanno prelevato i computer dalla casa della biografa in North Carolina stanno verificando. Sperano di trovare qualcosa di più compromettente di un adulterio, per non trovarsi ad ammettere che per abbaglio o per calcolo un marito fedifrago è stato scambiato per alto tradimento. “La questione della sicurezza nazionale è ancora aperta”, fanno strategicamente sapere anomini agenti al Washington Post, tanto per spiegare che non si tratta di pesca giudiziaria a strascico. “Al momento non c’è nessuna prova che informazioni riservate siano state rivelate”, ha detto con cautela Obama nella sua prima conferenza stampa dopo la rielezione, a dimostrazione che lo scandalo dei generali ha un prezzo pubblico considerevole ma al momento non ci sono reati o violazioni alle quali attaccarsi.
A parte le carte sui negoziati fiscali e la delicatissima ricostruzione dell’attacco di Bengasi – sul quale la deposizione di un Petraeus ormai affrancato dalla vita pubblica potrà chiarire alcuni aspetti fondamentali: mentre l’Fbi leggeva le sue email, lui era in missione segreta a Tripoli per indagare di persona – sulla scrivania di Obama ci sono i ribelli siriani da armare, i negoziati con l’Iran, che continua a testare nuovi missili antiaerei, ci sono i droni della Cia da telecomandare sugli obiettivi, scenari improvvisamente superati da un’inchiesta che ha messo in imbarazzo l’Amministrazione appena rieletta. Obama ha il problema di sostituire il capo della Cia – John Brenann, il consigliere del presidente sull’antiterrorismo è il candidato più quotato, ma aveva annunciato di voler lasciare Washington, e Michael Morrell, il secondo di Petraeus, ha l’aria del leader di transizione – e soprattutto quello di governare. Durante il suo primo mandato la Cia ha accelerato la sua metamorfosi da organo di raccolta delle informazioni ad apparato militare che concepisce e mette in pratica tutto ciò che cade sotto l’etichetta della sicurezza nazionale. Una Cia senza guida implica una disfunzione ramificata nell’Amministrazione.
Obama ha atteso otto giorni dopo il voto per convocare il primo incontro con i giornalisti, perfettamente in linea con l’avara comunicazione diretta esibita finora. Avrebbe voluto parlare della visione politica per i prossimi quattro anni, invece si è dovuto difendere dalle domande emerse negli ultimi quattro giorni. Ha ribadito l’indisponibilità a estendere i privilegi fiscali per il 2 per cento degli americani più ricchi, ha difeso l’ambasciatrice Susan Rice dai suoi aggressori politici e ha evitato le domande sulla buriana dei generali con ampie e deludenti dichiarazioni di fiducia nell’Fbi.